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Contrariamente ad una credenza tuttora comune tra i pazienti odontoiatrici
in Italia, nella maggioranza dei casi l‘intervento di implantologia dentale non è difficile
né doloroso e costoso e presenta una percentuale di successo molto elevata, non
comune in medicina.
Viceversa in alcuni casi resi meno facili da motivi che più avanti
analizzeremo l’intervento sarà più complesso e per questo meritevole
di una attenta considerazione per evitare rischi d’insuccesso.
L’implantologia dentale consiste nell’inserimento nell’osso mascellare
o mandibolare (privo del dente naturale) di pilastri che, una volta integrati
nell’osso stesso, potranno supportare un dente artificiale idoneo a svolgere
la sua funzione.
Come è fatto un impianto dentale?
I pilastri in titanio sono oggi per lo più cilindrici, di varia
lunghezza e diametro per potersi adattare alle diverse configurazioni
del segmento d’osso disponibile al loro inserimento. Sono costruiti in
titanio, metallo di larghissimo uso in chirurgia per la sua neutralità
biologica che ne assicura l’accettazione dell’ organismo. La loro
superficie è trattata in modo da esaltare la possibilità di OSTEOINTEGRAZIONE (ovvero dell’incorporamento totale nella
compagine ossea) che in ricerca è stata ben studiata ed accertata
grazie alla microscopia elettronica: il RIGETTO in implantologia
dentale NON ESISTE, non essendoci alcuna possibilità di reazione immunologica sfavorevole come succede nei trapianti eterologhi
(da donatori). L'implantologia dentale ha superato negli ultimi anni anche
la prova clinica con dei controlli longitudinali sui pazienti
sottopostivi che ne hanno assicurato l’affidabilità. Gli impianti dentali devono
essere prodotti e confezionati a norma di legge europea e vengono
pertanto accompagnati da un certificato che può essere visionato
e conservato dal paziente a sua garanzia. L’implantologia dei
dentisti pionieri, che spesso disegnavano e facevano fabbricare
in proprio impianti dalle fogge più disparate e con metalli
variamente trattati, è definitivamente tramontata e con essa quella
larga parte d’insuccessi che influenza ancora negativamente taluni pazienti.
I migliori impianti moderni sono accessoriati con un ricco corredo
di connettori al dente artificiale che sorreggeranno, in modo da
assicurare oltre che una detergibilità perfetta anche un’estetica
ottimale rispetto al contorno gengivale sottostante. Quest’ultimo
fattore è determinante per un buon esito dell’intervento nelle zone
scoperte dal sorriso.
A seconda delle situazioni e del modello di impianto l’intervento
chirurgico vero e proprio può essere effettuato in un solo tempo
(lasciando alla fine dell’inserimento endosseo dell’impianto una
piccola porzione dello stesso, che poi servirà di connessione
al dente, al di fuori della gengiva) o in due tempi, essendo
il secondo tempo molto più semplice e breve del primo (una
piccola incisione gengivale utilizzata per esporre nel cavo
orale la parte più esterna dell’impianto al fine di connetterla
ad un dente di porcellana o vetropolimero). Quindi si parla nel
primo caso di immersione parziale e nel secondo di immersione totale ,
sottintendendo che ci si riferisce al tessuto gengivale perché è ovvio che
l’immersione endossea c’è sempre e comunque.
Dopo l’intervento chirurgico occorre aspettare un tempo variabile e
comunque non superiore a quattro mesi per poter procedere alla
protesizzazione ovvero al CARICO IMPLANTARE con un dente artificiale
in metalloceramica, in resina oppure in vetropolimero, tutti materiali di elevato valore estetico. La connessione puo’ avvenire in
varie modalità , a seconda del tipo d’impianto, delle necessità del
paziente e delle abitudini del protesista e consiste per lo più in
avvitamento o cementazione .
Controindicazioni all'intervento d''i mplantologia
dentale
Dopo quanto suddetto bisogna chiarire i principali motivi per cui un intervento impiantare è fallibile o addirittura controindicato.
1) Non devono sottoporsi a implantologia dentale pazienti che non siano stati educati con successo ad un elevato tenore di igiene orale domiciliare, né parimenti che non acconsentano ad un controllo professionale cadenzato (attuato dall’ igienista dentale diplomata) della loro igiene.
Questo perché la resistenza all’infezione causata dalla placca batterica di un’unità implantoprotesica è molto minore che per un dente naturale essendo diverso il loro relativo apparato di sostegno. La radice di un dente naturale è infatti connessa con l’osso attraverso la mediazione del LIGAMENTO PARODONTALE, assente invece lungo il cilindro di titanio che per l’appunto si osteointegra cioè si raccorda direttamente all’osso. L’osso di sostegno dentale e implantare è particolarmente vulnerabile alle infezioni ma, nel caso degli impianti, viene difeso solo dal manicotto gengivale per la mancanza del legamento parodontale costituito da un resistente tessuto connettivale. Sempre per lo stesso motivo la placca batterica, una volta passata la porta gengivale si propaga rapidamente lungo l’impianto diffondendo l’infezione all’osso
più profondo. La biologia della resistenza all’infezione è quindi in linea di principio
più sfavorevole, anche se alcune ricerche hanno suggerito che i germi in causa siano diversi per denti e per impianti e che non ci sia correlazione per esempio tra pregressa PIORREA e rischio implantologico. In attesa che la ricerca,molto attiva in questo campo, ci dia risultati
più definitivi e sicuri, è lo stesso buon senso comune ad imporre il massimo rispetto igienico di un implantoprotesi.
2) Non devono sottoporsi ad implantologia pazienti affetti da malattie sistemiche, diabete non compensabile con terapia appropriata, disturbi della coagulazione o sottoposti a radioterapia. L’osteoporosi generalizzata non è una controindicazione assoluta perché in realtà la mandibola è per lo
più risparmiata da questa patologia.
In questi casi l’ insuccesso è prevedibile a priori e quindi piuttosto si dovrebbe parlare di impossibilità di successo a livello diagnostico che eviti un sicuro insuccesso operativo.

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